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UNA PROPOSTA DI LAVORO CULTURALE 

UNA PROPOSTA DI LAVORO CULTURALE

ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI  (iscritti e non iscritti al PRC)

 

Cosa vuol dire costituire un “comitato scientifico” del PRC napoletano? Io ritengo che significhi soprattutto  predisporsi alla “battaglia culturale”, o anche, se si preferisce, alla “lotta per l’egemonia”, sulle questioni che alimentano il senso comune delle classi popolari.

Organizzativamente, si tratta di mettere assieme, su base volontaria, un gruppo non ristretto di lavoro, composto da iscritti e simpatizzanti (a cominciare dai membri del CPF), che intendano impegnarsi in una attività “a lungo termine”, che abbiano particolare apertura alla discussione teorica oltre che immediatamente politica, e che siano realmente convinti della necessità di “camminare domandando” e della poca produttività di un elenco precipitoso di risposte.

Non si tratta di un “ufficio studi”, e neppure di un lavoro chiuso all’interno del partito o della federazione della sinistra. Si tratta, invece, di intervenire attivamente e pubblicamente sulle questioni che, da un lato, provengono dal mondo della cultura genericamente intesa, e che, dall’altro, sono innervate nella quotidiana esistenza delle persone. La cultura, infatti non è una entità astratta; ed ha un peso rilevantissimo nelle stesse vicende della lotta politica, poiché costruisce le gerarchie consolidate dei valori, qualifica le effettive aspettative sociali, scandisce le priorità dell’intervento organizzato e alimenta la percezione delle emergenze storicamente maturate.

In altre parole, le condizioni materiali di lavoro e di vita sono sempre “narrate”; e la narrazione non è mai neutra, bensì immette l'immediatezza delle condizioni materiali in una complessa articolazione di saperi, che, nello specialismo esasperato dei nostri tempi, attengono a discipline “forti” e quasi sempre consonanti con l’arroganza dei poteri costituiti: la storia, la sociologia, l’economia, la filosofia, la biologia, la psicologia... Entrare nella dialettica dei saperi con un punto di vista programmaticamente ed epistemologicamente rivoluzionario è una delle pre-condizioni indispensabili ai fini della costruzione del blocco sociale di alternativa. Per dirla con una battuta, è proprio una pratica vincente di egemonia culturale a permettere la costruzione di un diffuso senso comune critico e antagonista, e cioè l’avanzamento nelle coscienze della maturità del comunismo come mondo possibile.

Battaglia culturale, dunque. Sapendo che scontiamo criticità di non poco conto: per un verso, le elaborazioni che provengono dalla storia del movimento operaio, al di là della scarsa udienza che oggi riscuotono, vengono largamente declinate in modo schematico, e comunque con pochissima capacità di innovazione teorica; per un altro verso, i linguaggi semplificati, e non di rado semplicistici, che caratterizzano la nostra epoca, penalizzano particolarmente proprio le culture dell'alternativa, le quali sono costitutivamente chiamate a misurarsi col terreno scivoloso ed intricato del “futuro”. Non ce la possiamo cavare, in sostanza, con poche, icastiche battute. Viceversa, per chi ritiene che la società attuale sia il migliore dei mondi possibili, e magari si propone semplicemente di aggiustarla in direzione dell’efficienza, dell'efficacia, o anche dell'equità, i ragionamenti sono molto più facili: non hanno il problema, prima di arrivare alle proposte, di spiegare le ingiustizie del mondo.

Insomma, noi abbiamo come architrave di ragionamento la critica del sistema capitalistico; il che significa la critica delle sue espressioni politiche ma anche la critica delle relazioni sociali e civili che il capitalismo e la cultura borghese hanno costruito nel tempo. Significa anche la critica dei saperi che si accompagnano alle relazioni civili, critica tanto più difficile perché tali saperi si presentano col pregiudizio della obiettività e con l'arroganza delle strutture scientifiche di ragionamento. La battaglia culturale diventa, perciò, anche il tentativo di far valere, contro l’algido realismo ossertorio del nostro tempo, le ragioni umane della “utopia concreta”, per dirla con Ernst Bloch. Ma tale opera può essere fatta soltanto innovando il nostro arsenale di idee e conoscenze. Non si può ingaggiare uno scontro per l'egemonia con una sequela di formule scolastiche e col pressappochismo che caratterizza così tanto le nostre stesse file.

In effetti, dobbiamo saper costruire una realtà viva, anche vivace, che discute al proprio interno, ma che non perde mai di vista il punto decisivo, e cioè, appunto, la battaglia di idee con la cultura dominante. Da questo punto di vista, sarà senz’altro opportuna una prima selezione di temi. Siamo a Napoli, ed è del tutto ovvia una urgente rivisitazione della cosiddetta questione meridionale; ma siamo anche nel Mediterraneo, crocevia di culture, di identità, ma anche di spazi separati e di lacerazioni. L’identità dei popoli e il comunitarismo sono perciò altri due punti da mettere a fuoco, tanto più che a nessuno sfuggiranno le ricadute molteplici di tali questioni, a cominciare dal nodo decisivo della universalità dei diritti civili. E poi siamo anche in Italia e in Europa, nel pieno di una doppia crisi: delle forme della politica e dei processi di accumulazione.

La crisi della forma-partito, in particolare, ci riguarda molto da vicino, poiché è tangibile, anche intorno a noi, la difficoltà di tenuta di tutte strutture organizzate della sinistra, sia politiche che sindacali che “di movimento”. Si tratta di mere difficoltà organizzative, dovute alle sconfitte cumulatesi negli ultimi anni? O piuttosto, siamo di fronte alla necessità di ripensare l’organizzazione “militante” in quanto tale (di partito, di sindacato o di movimento, non fa differenza) per sottrarci, in qualche modo, al destino “pratico/inerte” che sembra lambire, ormai, l’intera nostra esperienza?

Sul gran tema della crisi economica non mi dilungo. Sottolineo solo che un intervento politico di sinistra sulla crisi postula una grande capacità di convincere, e perciò di proporre alternative realistiche. Non basta dire che la crisi colpisce e che il governo colpisce assieme alla crisi. Questo, i settori sociali cui facciamo riferimento lo sanno già per esperienza diretta. Occorre, invece, delineare una praticabile via di uscita; la qual cosa implica una consapevolezza matura delle caratteristiche della crisi stessa e dei suoi rapidi passaggi di fase.

Mi fermo qui (per ora); e chiedo a tutte e a tutti coloro che sono interessati a dare una mano nella direzione esposta, ad essere presenti venerdì 3 febbraio alle ore 18 (precise) nella federazione di Napoli (via Pasquale Scura 72).

Si tratta del primo appuntamento per costituire il gruppo di lavoro.

Non è indispensabile avvisare in anticipo della propria partecipazione, e però non è affatto vietato. Per farlo, si può inviare una e-mail a comrino@libero.it.

 

Napoli, 30 gennaio 2012                                                                                Un caro saluto,

Rino Malinconico

 
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